Prima di diventare una tragedia, il Grande Torino era rumore.

Era il rumore del Filadelfia, lo stadio di Borgo Filadelfia aperto nel 1926 e ampliato nel 1932 fino a circa 30.000 posti: un impianto raccolto, dove la folla stava vicina al campo e la partita si sentiva prima ancora di vederla.

Era il rumore di una squadra che, a un certo punto della gara, sembrava cambiare marcia. Il pallone girava più veloce, il campo si accorciava, gli avversari arretravano. I tifosi avevano un nome anche per quel momento: il quarto d'ora granata.

Sappiamo tutti come finì. Proprio per questo conviene cominciare da prima: per capire perché quella fine colpì così profondamente, bisogna capire che cosa fosse quella squadra mentre giocava.

Questa è la storia di come il Torino di Ferruccio Novo e Valentino Mazzola diventò il Grande Torino. E di perché quel nome, ancora oggi, indica qualcosa di più di una squadra di calcio.

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Ferruccio Novo e una squadra costruita senza fretta

Nell'estate del 1939 Ferruccio Novo, industriale, prese la presidenza del Torino. La tenne fino al 1953.

Le ricostruzioni lo descrivono più come un amministratore attento che come un mecenate: costruì il club insieme a collaboratori come Antonio Janni, Giacinto Ellena e Mario Sperone.

Il risultato non arrivò in un giorno. Il primo scudetto è quello del 1942-43, vinto insieme alla Coppa Italia: il Torino fu il primo club italiano a conquistare campionato e coppa nella stessa stagione.

Poi la guerra interruppe il calcio nazionale: nel 1943-44 e nel 1944-45 non si giocò un campionato regolare. Quando il campionato ripartì, il Torino vinse tutti e quattro quelli del dopoguerra: 1945-46, 1946-47, 1947-48 e 1948-49. In totale, cinque scudetti.

Tra i colpi che cambiarono il volto della squadra c'è quello dell'estate 1942: dal Venezia arrivarono Valentino Mazzola ed Ezio Loik, per circa 1,25 milioni di lire, una cifra che le fonti indicano come la più alta pagata fino ad allora in Italia.

Attorno a loro cresceva un gruppo che il pubblico imparò a recitare come una formazione: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Rigamonti, Grezar, Loik, Gabetto, Mazzola. Non è un semplice elenco: è il segno che quella squadra aveva un'identità riconoscibile, in campo e fuori.

Il Filadelfia era la sua casa: il posto dove quell'identità si ripeteva ogni domenica davanti a un pubblico vicino, rumoroso, abituato a vincere.

Valentino Mazzola e il momento in cui la partita cambiava

Valentino Mazzola era il capitano. Nato a Cassano d'Adda nel 1919, giocava come mezzala sinistra, ma le fonti lo descrivono come un giocatore di tutto il campo: tecnica, corsa, tiro, capacità di usare entrambi i piedi.

Era anche quello a cui la squadra guardava quando bisognava cambiare ritmo. I numeri dicono bene la dimensione di quel Torino: 29 gol di Mazzola nel 1946-47, stagione in cui fu capocannoniere; 104 gol di squadra in 38 partite quell'anno e 125 in 40 nel campionato successivo. Il 2 maggio 1948 il Torino batté l'Alessandria 10-0, ancora oggi la vittoria più larga nella storia della Serie A.

Poi c'è il gesto. Si racconta che nei momenti difficili una tromba dalla tribuna, quella di Oreste Bolmida, capostazione di Porta Nuova, desse il segnale, e che Mazzola si rimboccasse le maniche. Da lì sarebbe cominciato il quarto d'ora granata: quindici, venti minuti in cui gli avversari non riuscivano più a respirare.

Va detto con onestà: è un racconto tramandato, entrato nella memoria collettiva attraverso cronisti e tifosi. Il trombettiere esiste nella storia granata, e una cornetta è conservata nel Museo del Grande Torino; il quarto d'ora fa parte del modo in cui si ricorda quella squadra. Ma non conosciamo un documento che fissi il rito, nella forma in cui lo si racconta, a una partita precisa. Per questo lo trattiamo per ciò che è: una tradizione, non un fatto.

Anche senza il gesto, la descrizione resta: una squadra capace di alzare il ritmo fino a spezzare l'avversario. È una delle ragioni per cui viene ricordata per come giocava, e non solo per come finì.

Quando il Torino diventò quasi l'Italia

L'11 maggio 1947, allo Stadio Comunale di Torino, l'Italia affrontò l'Ungheria. Il commissario tecnico Vittorio Pozzo schierò dieci giocatori del Torino su undici.

L'unica eccezione fu il portiere Lucidio Sentimenti, della Juventus. Gli altri dieci erano granata: Ballarin, Maroso, Rigamonti, Grezar, Castigliano, Menti, Mazzola, Ferraris II, Loik e Gabetto.

L'Italia vinse 3-2. I gol azzurri furono di Gabetto, due volte, e di Loik; per l'Ungheria segnò su rigore un Puskás ventenne.

Due settimane prima, contro la Svizzera, i granata in campo erano stati nove. Nel maggio 1948, contro l'Inghilterra, furono sette.

Non serve dire che fosse "la squadra più forte di sempre", un'affermazione che nessuno può dimostrare. Basta questo dato: nell'Italia che tornava a giocare, il Torino fornì quasi per intero la Nazionale. Ed è un primato che, a quanto ricostruiscono le fonti, nessun altro club ha più eguagliato.

Un'Italia che ricominciava

Nel 1945 la guerra era finita, ma il lavoro no. Città bombardate, un'economia da rimettere in piedi, un Paese diviso da anni di guerra e di guerra civile. Il primo scudetto del dopoguerra, quello del 1945-46, arriva nell'anno in cui gli italiani votarono per scegliere tra monarchia e repubblica.

In quel contesto il calcio era già un fenomeno popolare, uno dei luoghi in cui migliaia di persone si ritrovavano insieme ogni settimana.

Forse anche per questo, in tanti racconti, il Grande Torino è diventato il segno di un Paese che si rialzava: una squadra che vinceva con continuità proprio mentre l'Italia cercava di rimettersi in piedi. Resta un'interpretazione, e come tutte ha i suoi limiti. Nessun documento dice che cosa vedessero davvero nel Torino milioni di persone, e molte di loro tifavano per altri colori.

I fatti permettono di dire qualcosa di più semplice. Quel Torino vinceva, riempiva la Nazionale e riuscì a superare i confini della propria tifoseria, come avrebbe mostrato la reazione alla sua scomparsa. In un Paese in cerca di punti fermi, era facile vedere in quella squadra qualcosa di più. Ed è in quel "più", prima ancora che nei trofei, che si capisce l'eco che avrebbe avuto la sua fine.

Lisbona

Il 30 aprile 1949 il Torino pareggiò 0-0 con l'Inter. Mancavano quattro partite e il vantaggio sui nerazzurri era di quattro punti: lo scudetto era vicino.

Pochi giorni dopo la squadra volò a Lisbona per un'amichevole contro il Benfica. Era una partita organizzata in onore di Francisco Ferreira, il capitano dei portoghesi, e, secondo alcune ricostruzioni, anche per aiutarlo economicamente.

Si giocò il 3 maggio all'Estádio Nacional di Jamor, vicino a Lisbona. Il Benfica vinse 4-3. Era un'amichevole, e il risultato era l'ultima cosa che contasse.

Il giorno dopo, 4 maggio, la squadra ripartì per Torino su un Fiat G.212 dell'Avio Linee Italiane. Una sosta a Barcellona per il rifornimento, poi il volo verso casa.

4 maggio 1949

Alle 17.03 del 4 maggio 1949 l'aereo si schiantò contro il terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulla collina di Torino.

Secondo le ricostruzioni, il bollettino delle 16.55 parlava di nubi quasi a contatto con il suolo, rovesci di pioggia, forte vento con raffiche e visibilità intorno ai 40 metri.

Le ipotesi sulle cause sono state discusse a lungo. La ricostruzione più diffusa parla di un volo contro il terreno in condizioni di visibilità quasi nulla.

Morirono tutte le 31 persone a bordo: 18 giocatori, 3 tecnici, tra cui Ernő Erbstein e Leslie Lievesley, 3 dirigenti, 3 giornalisti e 4 membri dell'equipaggio.

Il 6 maggio, ai funerali, le strade di Torino si riempirono: le stime variano da 500.000 a oltre 600.000 persone. Nei giorni dei funerali la Federazione proclamò il Torino campione d'Italia.

Le ultime quattro partite del campionato furono giocate dai ragazzi delle giovanili granata contro squadre che a loro volta schierarono le proprie giovanili. Il Torino chiuse davanti all'Inter.

Perché lo chiamiamo ancora "Grande Torino"

Il Torino, come club, è rimasto. Il Grande Torino, come squadra, ha smesso di esistere il 4 maggio 1949. Eppure continuiamo a nominarlo.

Il 26 maggio 1949, allo Stadio Comunale di Torino, il River Plate giocò una partita benefica contro un "Torino Simbolo" composto da giocatori di altri club, tra cui Giampiero Boniperti, della Juventus. Finì 2-2. L'incasso andò alle famiglie delle vittime.

La memoria passa poi da luoghi precisi. A Superga, ogni 4 maggio, si celebra una messa e si leggono i 31 nomi di chi morì. Il Filadelfia, in parte demolito alla fine degli anni Novanta e a lungo abbandonato, è stato ricostruito come centro sportivo, inaugurato nel maggio 2017. A Grugliasco il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata conserva, tra l'altro, la cornetta del trombettiere e parti dell'aereo.

Passa anche dalle famiglie. Il 4 maggio 1949 Sandro Mazzola, figlio di Valentino, aveva sei anni. Sarebbe diventato una leggenda dell'Inter e della Nazionale. Basta questo a ricordare che la storia del Grande Torino non finì con le persone che erano su quell'aereo.

"Grande" non è un dato statistico. È un aggettivo che si è depositato sul nome con il tempo, e dice che quella squadra la ricordiamo come qualcosa che supera i suoi trofei.

Forse, allora, la domanda non è come finì il Grande Torino. È perché, più di settantasette anni dopo, continuiamo a chiamarlo con questo nome.