C'è stato un tempo in cui bastava guardare il numero sulla schiena per capire chi avrebbe dovuto inventare qualcosa.
Quel numero era il 10.
Era il giocatore a cui la squadra affidava la parte più difficile: l'ultimo passaggio, la giocata che gli altri non vedevano.
Poi il calcio è cambiato. Il numero è rimasto sulle maglie, nei poster, nei ricordi. Il posto in campo no.
Questa è la storia di un numero che è stato prima un ruolo e poi un simbolo. E di che fine hanno fatto le sue funzioni.
Quando il 10 indicava un mestiere
I numeri sulle maglie non nacquero per celebrare i campioni. Nacquero per riconoscere le posizioni.
Nel 1928, in Inghilterra, Arsenal e Sheffield Wednesday scesero in campo con i giocatori numerati. Dalla stagione 1939-40 la Football League rese i numeri obbligatori.
La numerazione seguiva il 2-3-5: il portiere era l'1, i terzini il 2 e il 3, i mediani dal 4 al 6, gli attaccanti dal 7 all'11. Il 10 era l'interno sinistro: l'attaccante che affiancava il centravanti e lo serviva con i passaggi.
Quando il WM fece arretrare gli interni, diventarono centrocampisti offensivi, quelli che rifornivano centravanti e ali. Il 10 era già un mestiere: stare tra il centrocampo e l'attacco e metterli in comunicazione.
Poi arrivò il Mondiale del 1958. Il Brasile non aveva assegnato i numeri ai propri giocatori e li attribuì la FIFA. A un ragazzo di diciassette anni toccò il 10: si chiamava Pelé. Nella finale del 29 giugno segnò due gol alla Svezia e il Brasile vinse 5-2.
Da lì in poi, nell'immaginario, il 10 smise di essere soltanto una casella della formazione e cominciò a diventare un'idea. È una lettura nostra, non una regola: ma aiuta a capire perché quel numero ha finito per portarsi dietro più significato degli altri.
Platini: il 10 che comandava la partita
Nel 1982 Michel Platini arrivò alla Juventus dal Saint-Étienne e prese la 10 che era stata di Liam Brady.
Non era un attaccante puro e non era un semplice centrocampista. Era un rifinitore che segnava.
I numeri raccontano bene questa doppia funzione. Fu capocannoniere della Serie A per tre stagioni consecutive, dal 1982-83 al 1984-85, e vinse il Pallone d'Oro nel 1983, nel 1984 e nel 1985.
Il 1984 fu il suo anno più completo. Con la Juventus vinse scudetto e Coppa delle Coppe. Con la Francia vinse l'Europeo, segnando nove gol in cinque partite: un record del torneo che nessuno ha ancora battuto. Nella finale di Parigi, il 27 giugno contro la Spagna, sbloccò la partita su punizione.
Questo è il 10 nella sua forma più completa: chi costruisce l'azione e la chiude. Naturalmente è una lettura, ma i numeri la sostengono.
Baggio: il talento che non entrava nelle caselle
Roberto Baggio arrivò alla Juventus dalla Fiorentina nel 1990, con un trasferimento che all'epoca fu un record mondiale. Alla Juventus portò la 10 che era stata di Platini.
Le fonti lo descrivono come seconda punta o come centrocampista offensivo. Il fatto che servano due definizioni dice già qualcosa.
Nel 1993 vinse il Pallone d'Oro. Al Mondiale del 1994 portò l'Italia fino alla finale, con cinque gol nelle partite a eliminazione diretta, e la FIFA lo premiò con il Pallone d'Argento. La finale, il 17 luglio contro il Brasile, finì ai rigori. Baggio sbagliò l'ultimo: la palla passò sopra la traversa.
Ma un altro episodio di quel Mondiale racconta meglio il suo rapporto con le caselle. Il 23 giugno, contro la Norvegia, l'Italia rimase in dieci per l'espulsione del portiere Pagliuca al 21'. Un minuto dopo, Sacchi tolse Baggio per far entrare Marchegiani. L'Italia vinse 1-0.
Aveva una sua logica: serviva un portiere. Ma in quel cambio c'è la tensione di tutta la storia: l'equilibrio della squadra da una parte, un talento che vive tra le linee dall'altra.
Baggio non era un 10 da modulo. Era un 10 da problema da risolvere: dove metterlo, cosa chiedergli, senza perdere ciò per cui lo si voleva in campo.
Del Piero: quando il 10 iniziò a spostarsi
Alessandro Del Piero arrivò alla Juventus nel 1993. Nel novembre del 1994, dopo l'infortunio di Baggio, trovò spazio in attacco con Vialli e Ravanelli.
Nel 1995 Baggio lasciò la Juventus per il Milan, e per la stagione 1995-96 la 10 passò a Del Piero.
Nel 4-3-3 di Marcello Lippi giocava sulla sinistra dell'attacco e rientrava verso l'area.
Da lì nacque il suo gesto più riconoscibile: il tiro dal vertice sinistro dell'area verso il palo lontano. L'espressione «gol alla Del Piero» nacque proprio nel 1995-96.
È un 10 diverso: non parte da dietro le punte per servirle, ma da fuori per arrivare dentro l'area. Anche questa è una lettura nostra: un 10 più vicino alla porta.
Nel 2012 lasciò la Juventus con i record di presenze e di gol del club.
Totti: dal 10 al falso nove
Francesco Totti esordì in Serie A il 28 marzo 1993, a sedici anni, con la Roma. Ci rimase fino al 2017: tutta la carriera in una sola squadra.
Indossava la 10 e per anni fu descritto come trequartista o seconda punta.
Nel giugno 2005 arrivò Luciano Spalletti. Nel corso di quella stagione la Roma passò a un 4-2-3-1 che in pratica funzionava senza un vero centravanti: lo si sarebbe chiamato 4-6-0. Davanti c'era Totti. «Falso nove» è l'etichetta arrivata dopo.
Quell'anno segnò 15 gol in campionato. L'anno dopo, 26: capocannoniere della Serie A e Scarpa d'Oro europea nel 2007.
Non fu l'episodio di una sola stagione. Anche con altri allenatori Totti tornò più volte a giocare da falso nove.
E il falso nove non nacque con lui: nei primi anni Cinquanta l'Ungheria usava Nándor Hidegkuti come centravanti arretrato.
Totti mostra bene un punto: cambiava la posizione, non la missione. Vedere prima, collegare, decidere. La portava solo dentro l'area, dove prima c'era il centravanti. Anche questa è una lettura.
Dove è finito il numero 10?
Il calcio di oggi non ha smesso di produrre giocatori creativi. Ha cambiato lo spazio in cui possono esserlo.
Le difese si sono accorciate, il pressing è diventato un compito di tutta la squadra, e un 10 non può più aspettare il pallone tra le linee senza partecipare al lavoro senza palla. Le descrizioni del ruolo parlano di un trequartista con più compiti difensivi che in passato e di moduli, come il 4-2-3-1 e il 4-3-3, che spesso distribuiscono la creatività su più giocatori.
Già nel 2012 il giornalista David Owen sosteneva che il 10 non si fosse estinto, ma arretrato verso la propria porta, pensando a registi come Pirlo e Xavi.
La nostra lettura è un po' diversa: non c'è un solo posto in cui il 10 è andato. Le sue funzioni si sono distribuite.
Il trequartista, quando c'è, ha più lavoro senza palla. La seconda punta scende a prenderla. Il falso nove porta la creazione dentro l'area: lo fece la Roma di Spalletti con Totti, il Barcellona di Guardiola con Messi, la Spagna con Fàbregas nella finale dell'Europeo 2012. La mezzala creativa riceve negli spazi tra centro ed esterno e verticalizza. L'esterno offensivo rientra e cerca la giocata decisiva.
Il numero è rimasto. Il ruolo si è trasformato.
Il numero è ancora sulle maglie. Ma chi guarda la partita sa che l'ultimo passaggio può partire da una mezzala, da un esterno che rientra, da una punta che scende a prendere il pallone.
Non c'è più un solo indirizzo per la fantasia. Ci sono più giocatori che, a turno, la portano in campo.
Per questo forse la domanda non è chi sia stato l'ultimo vero 10.
Il numero 10 è davvero scomparso, o ha semplicemente smesso di occupare un solo posto in campo?
